Opposizione all’autonomia differenziata, quando arrivano i veri argomenti? Stiamo sempre aspettando

9 agosto 2019 Dario Stevanato e Andrea Giovanardi

Il recente intervento di Emanuele Felice su L'Espresso del 28 luglio 2019 (L'autonomia contro il sud unisce destra e sinistra) è di grande interesse sia perché proviene da uno studioso che si è a lungo interessato, in una prospettiva storica, delle ragioni del divario nord-sud, sia perché esso riassume in modo chiaro i tratti di un dibattito particolarmente violento, confuso ed approssimativo.

La domanda è sempre la stessa: l'ottenimento di <<ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia>> (art. 116, co. 3, Cost.) da parte di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna può far bene al paese perché innescherà un processo virtuoso di efficienza nell'utilizzo di risorse pubbliche o si tradurrà in più risorse per le regioni del nord, già più ricche, a scapito di quelle del sud?

Felice rileva che la storia del paese consente di rispondere agevolmente e, per far questo, ricorre a tre esempi, tutti relativi alla pessima prova di sé che le autonomie del sud hanno dato nel corso dei decenni.

Il primo è quello dell'istruzione post unificazione: i territori del sud all'indomani dell'Unità presentavano elevatissimi tassi di analfabetismo  (87 per cento contro il 55 per cento del centro nord), tanto che il Regno d'Italia cercò di rimediare estendendo a tutto il paese l'istruzione elementare obbligatoria, il cui finanziamento fu però lasciato ai comuni. Una scelta sbagliata, perché le classi dirigenti del sud non erano disposte ad investire in istruzione, cosicché la situazione migliorò solo quando intervenne lo Stato, avocando a sé ogni competenza, con una legge del 1911.

Il secondo è quello della prima fase della Cassa del Mezzogiorno, un esperimento, secondo Felice, riuscito, fino a quanto l'ente rimase autonomo dalla politica, nazionale (del 1964, la creazione del Ministero per il Mezzogiorno) e locale.

Il terzo ha a che fare con l'istituzione delle regioni, che hanno dato pessima prova di sé al sud, sia operando malamente nella gestione degli interventi straordinari, anche a favore delle imprese, sia generando una nuova <<classe dirigente assistenziale>>, che non è stata in grado di gestire in modo accettabile i territori: lo stato della sanità e dei servizi universitari, dalle mense, alle residenze e alle borse di studio, è lì a dimostrarlo.

Insomma, occorre fare i conti <<con la realtà degli assetti di potere interni al Mezzogiorno e con le regole con cui operano e spendono le Regioni italiane>>, dato che, altrimenti, i soldi, nell'inefficienza della spesa, saranno sempre pochi: <<si può morire perché gli aiuti finiscono abbandonati a se stessi, in preda ad assetti e a classi dirigenti estrattive che, semmai, si riveleranno ancora più rapaci nell'accaparrarsi le poche risorse rimaste>>.

Di qui la conclusione, che a noi pare di poter condividere, anche perché lontana mille miglia dal vittimismo meridionale: <<tutta la storia del Mezzogiorno insegna che il primo problema non è la quantità dei finanziamenti, ma come vengono gestiti>>.

Molto meno convincente la restante parte del ragionamento, quella concernente i tentativi delle tre regioni di ottenere il trasferimento di ulteriori funzioni e competenze oggi gestite dallo Stato: cosa fa, si chiede Felice, l'autonomia differenziata per risolvere il descritto stato delle cose? Nulla, perché <<le Regioni del nord rinunciano a qualsiasi ipotesi di riforma dell'assetto costituzionale>>, limitandosi a chiedere, <<per loro e solo per loro, più poteri in base all'articolo 116. Per tutti gli altri le cose rimangono come sono. Senza cambiare di una virgola le storture. Ma solo con meno soldi>>. É tutto da discutere poi che le regioni del nord ci guadagnino, perché il percorso intrapreso rende più potenti e meno controllabili queste ultime, anche perché <<a livello locale, stampa e opinione pubblica non sono altrettanto vigili>>, il che risulterebbe dimostrato dal caso Formigoni, ancora ai domiciliari (sinceramente, il discorso è qui molto opinabile, posto che una maggiore vicinanza tra amministratori e amministrati e un più diretto impatto delle scelte politiche, legislative ed amministrative su servizi pubblici erogati localmente inducono la cittadinanza a un maggior controllo sull’operato degli enti di governo intermedi).

L'autonomia differenziata, conclude Felice, è il segno del declino, che si basa sull'affermarsi dell'idea leghista secondo la quale si dovrebbe consentire all'egoismo del più forte di prevalere. Di qui la sconsolata conclusione: <<l'Italia, così spogliata di qualsiasi visione, si avvia ad indossare il vestito di Arlecchino, una maschera lombardo-veneta. Che per giunta è già un vestito a brandelli>>.

Sulla descritta ricostruzione, veramente paradigmatica di un diffuso modo di porsi nei confronti dei tentativi di federalizzazione del paese, ci sembra importante osservare quanto segue.

Innanzitutto, la prima critica. Le regioni del nord, a fronte dello sfascio di quelle del sud, che dipende in primo luogo, lo afferma Felice, dalle classi dirigenti locali, dovrebbero cercare di modificare le situazione di tutto il paese, non pensare solo a se stesse. Peccato che la Costituzione non dia ai governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna questa possibilità: l'unico modo che questi ultimi hanno, sulla base della Carta vigente (art. 116, co. 3, Cost.), di modificare lo stato delle cose tanto impietosamente descritto da Felice, è quello di far partire <<trattative>> bilaterali con il Governo allo scopo di ottenere le citate <<forme e condizioni particolari di autonomia>>. Singolare, quindi, che si addossi a chi cerca di dare attuazione alla Costituzione delle responsabilità per non aver fatto quel che la Costituzione vigente non consente (il ridisegno dell'intero sistema è di esclusiva competenza statale).

Ora, non sappiamo se Felice intenda far riferimento all’art. 121 comma 1 Cost., che consente a ogni Consiglio regionale di presentare proposte di legge alle Camere. Ma per modificare, come auspica Felice, l’art. 117 Cost., cioè il riparto di competenze tra Stato e Regioni, occorrerebbe un disegno di legge di riforma costituzionale. Come l’esperienza degli ultimi anni insegna, modificare la Costituzione è un’impresa assai ardua; su proposta di una singola regione, sfiorerebbe il velleitarismo.

E poi, ancora, è difficile pensare di risolvere l’attuale stato di cose con una riforma omogenea e simmetrica, cioè con una nuova in ipotesi più razionale distribuzione di competenze tra diversi enti di governo: una riforma del genere metterebbe comunque tutte le regioni su un piano di parità, con la conseguenza che, anche adottando un assetto diverso da quello attuale, vi sarebbe il rischio di assegnare ad alcune regioni (del sud) troppi compiti rispetto a quelli effettivamente sostenibili, e ad altre (del nord) poche competenze rispetto a quelle rispondenti a un assetto efficiente e ispirato a responsabilità e autogoverno.

Il vero è che le obiezioni di Felice sembrano intrise di generiche considerazioni di carattere etico, atteso che le iniziative messe in campo dalle tre regioni del nord sono ritenute come il segno dell'affermarsi dell'egoismo del più forte, che, disinteressandosi delle ragioni della solidarietà, lascerebbe a se stessi i concittadini del sud, peraltro vessati da classi dirigenti estrattive, che potrebbero anche disporre di più risorse, ma tanto non cambierebbe nulla. Non si comprende peraltro, se anche così fosse, perché contrastare le richieste di autonomia differenziata provenienti dalle regioni del nord: nella più infausta delle ipotesi, seguendo il ragionamento di Felice, per il sud appunto non cambierebbe nulla, e gli auspicati vantaggi in termini di efficienza ed efficacia dell’azione pubblica di regioni diventate maggiormente autonome non andrebbero comunque a scapito del mezzogiorno. Ci potrebbe essere un aumento dei divari territoriali, ma ciò sarebbe dovuto a un miglioramento al nord, non a un deterioramento delle condizioni al sud, la cui situazione alla peggio resterebbe inalterata rispetto ad oggi. La più elevata attrattività del nord (per servizi sanitari, scolastici, possibilità di impiego, e via discorrendo), con il conseguente fenomeno di emigrazione da alcune regioni del mezzogiorno, è già un dato di fatto: il problema che si dovrebbe porre chi ha a cuore la prospettiva meridionalista non è che il nord riesca a diventare più attrattivo (lo è già), ma come fare ad invertire tutti quei fattori locali (dalla malasanità alla desertificazione produttiva, dalla criminalità organizzata alla corruzione delle classi dirigenti meridionali) che sono la principale causa del sottosviluppo nel mezzogiorno. L’autonomia differenziata soddisferebbe dunque i vincoli dell’ottimo paretiano: occorre invece constatare che i critici meridionali dell’autonomia preferiscono il livellamento verso il basso, in un disperato appello al “muoia Sansone con tutti i filistei”.

In secondo luogo, non può non darsi risalto al carattere intimamente contraddittorio del ragionamento.

Se il problema del sud va individuato nel livello, pessimo, delle classi dirigenti locali, tanto che lo Stato, per quanto male possa fare, farà senz'altro meglio, non si capisce per quale ragione andrebbero considerati negativamente i tentativi di ottenere maggiore autonomia da parte di quei territori che, invece, il dato non può essere messo in discussione, dispongono di istituzioni che hanno dato miglior prova di sé. La conclusione logica delle osservazioni di Felice non conduce al ripristino dell'uniformità, ma proprio alla tanto osteggiata differenziazione: la parte del paese in cui l'autogoverno funziona ha il diritto di chiedere, in linea con la Costituzione, ulteriori funzioni e competenze, la parte in cui invece l'autonomia non funziona, dovrà evidentemente sperare in un più intenso intervento statale, che limiti gli spazi concessi a regioni, province e comuni. La richiesta di maggiore autonomia per le regioni del nord, in altri termini, non è minimamente contraddittoria rispetto ai dati ricordati da Felice, che riguardano – sarà un caso? - tutte esperienze di malgoverno delle classi dirigenti del mezzogiorno. Se dunque dall’argomentazione di Felice non emerge alcun ostacolo di carattere storico o di tipo logico alle richieste di autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, lo stesso conferma invece che l’autonomia, per avere un senso nella situazione di forti squilibri territoriali e di capacità delle classi dirigenti locali che connota l’Italia, non può che essere «differenziata», cioè propugnata da quelle sole regioni che hanno fin qui dimostrato di erogare servizi con un accettabile grado di efficienza ed efficacia e che hanno saputo rispettare i vincoli di finanza pubblica. Che senso avrebbe, ad esempio, la richiesta di maggiori margini di azione, in settori quali sanità, istruzione, tutela dell’ambiente, etc., da parte di quelle regioni che non sono riuscite a gestire decentemente nemmeno le attuali competenze? Con ciò, cade anche ogni motivo per ritenere, come ad esempio opina Cottarelli, che l’autonomia dovrebbe essere “simmetrica”, uguale per tutte le regioni, e non invece “differenziata”.

In terzo luogo, si prescinde totalmente dai contenuti dei percorsi dell'autonomia differenziata, dando per scontato che la realizzazione dei progetti toglierà risorse al sud. Ora, a parte il fatto che è lo stesso Felice ad affermare che, in questa situazione, anche se arriveranno più risorse nulla cambierà perché al sud vengono sprecate (v. supra), è appena il caso di ribadire che le risorse riconosciute a fronte del trasferimento di funzioni e competenze vanno determinate sulla base di quanto lo Stato spende già oggi nel territorio. E' vero, negli anni successivi le risorse riconosciute alle regioni potrebbero aumentare perché la Costituzione permette alle regioni di finanziarsi solo grazie alle compartecipazioni al gettito dei tributi erariali, che quindi consentiranno di usufruire di maggiori entrate qualora il gettito dei tributi erariali riferibile al territorio aumenti. E' vero anche però che se il gettito diminuisce le regioni avranno meno risorse con cui finanziare le spese che si sono addossate e, soprattutto, è vero che, se aumenta il Pil ed il gettito, anche lo Stato “comparteciperà” ad esso e potrebbe così disporre di maggiori entrate, eventualmente utilizzabili per effettuare “redistribuzioni” a beneficio del mezzogiorno, grazie ai benefici effetti sul Pil regionale del riconoscimento di funzioni e poteri che consentano alle regioni di influire concretamente sui percorsi di crescita dei territori.

Le conclusioni ci sembrano quindi chiare.

Nemmeno la presa d'atto dell'attuale disastro e il disincanto sulle possibilità di autoriforma del sistema inducono i detrattori delle proposte delle tre regioni ad un atteggiamento men che ostile nei confronti dell'autonomia differenziata. Si tratta di tesi che ci sembrano il frutto della retorica della solidarietà, che conduce al disconoscimento radicale del principio di responsabilità: se il sud non ce la fa, è comunque da escludersi che il nord possa cercare di ricorrere all'autonomia e all'autogoverno, migliorando le proprie performances nei confronti dei propri cittadini e garantendo quella crescita economica che, comunque, data la necessità della perequazione, serve anche all'altra parte del paese. Un'infinita corsa al ribasso: meglio stare male tutti insieme, piuttosto che sperare che la crescita di un territorio finisca per influire sulla crescita dell'intero paese.

Eppure, in un suo bel libro (Perché il sud è rimasto indietro, Bologna, 2013), proprio Felice ammoniva che non ci si può attendere alcuna spinta modernizzatrice dallo Stato, compromesso con le istituzioni estrattive del mezzogiorno tanto da non riuscire a debellare nemmeno la criminalità organizzata. Proprio per questi motivi (la compenetrazione con le istituzioni locali), <<lo stato italiano si è talmente indebolito che alla fine è diventato incapace di qualunque spinta modernizzatrice. È la storia dell'Italia degli ultimi decenni, il declino sempre più evidente del paese, non solo economico, ma anche istituzionale, civile. E anche le istituzioni politiche ed economiche del Nord hanno preso ad assomigliare sempre più a quelle del Mezzogiorno. Continuando così, nei prossimi decenni il divario si potrebbe forse colmare, ma al ribasso, con il Nord che si avvicina al Mezzogiorno. Per allora si sarà creato un altro divario, ancora più profondo, tra l'Italia e i paesi avanzati>> (p. 225).

In definitiva, dallo Stato non ci si può aspettare nulla di buono, dalle istituzioni del sud men che meno, il rischio è quello che il nord diventi come il sud, ma l'autonomia differenziata è comunque un male da combattere. A noi questo sembra contraddittorio e insensato. Continuare ad agitare lo spauracchio della “secessione dei ricchi” servirà forse a bloccare le richieste autonomistiche, ma incendierà gli animi e potrebbe dare fiato, paradossalmente, a tentazioni  secessionistiche, anche perché la “spaccatura” del paese, sia sul piano istituzionale che su quello economico-sociale, sembra nei fatti ormai consumata.

2 commenti (espandi tutti)

L'argomento è l'autonomia locale.

Ma se non si affronta in tale argomento il problema fondamentale dell'amministrazione pubblica, si fa solo confusione. 

E qual è questo problema fondamentale? Semplice. E' che non ci si può fidare.
Troppo semplice? Allora consiglio di spararsi il secondo trattato sul governo di Locke che dice la stessa cosa.

Affrontiamo quindi l'argomento con questo approccio, che possiamo sintetizzare nel termine "scetticismo" (uno dei due pilastri del liberalismo, guardare la voce su wikipedia).

Per farla breve, applicando questo approccio all'organizzazione verticale di una società (quella orizzontale sono i tre o quattro poteri che devono essere separati per sorvegliarsi a vicenda), ovvero quella tra le amministrazioni locali e quelle sovraordinate fino all'esecutivo statale o meglio federale, troveremo auspicabile la concomitanza di due criteri:

- la DEVOLUZIONE (come sostiene il Prof. di Storia delle Dottrine Politiche Marco Bassani, la democrazia più efficiente si attua quando il capo del governo abita ad un tiro di schioppo dall'abitante più lontano). Tale termine significa che il potere esecutivo è esercitato dall'unità amministrativa più piccola. Anche il PRELIEVO FISCALE.

- la SORVEGLIANZA SOVRAORDINATA. Cioè neanche della devoluzione e dello schioppo del cittadino ci si può fidare. E' necessario che gli apparati sovraordinati svolgano quella attività di sorveglianza e comparazione dei subordinati che è scopo precipuo di ogni autorità pubblica: SORVEGLIARE.
Ecco quindi che l'amministrazione del tribunale più inefficiente del paese (Bologna) o della sanità più scialaquona (Sicilia) vanno commissariate ed i dirigenti soggetti a responsabilità personali sul loro operato.

Ogni proposta che prescinde da questi due concetti sovraesposti è semplicemente priva di senso, di logica, di soluzioni, di miglioramento, di rinnovo, e perfino di possibilità di valutazione.

che il bilancio dell'autonomia regionale si possa definire abbastanza fallimentare indipendentemente dalla collocazione geografica/colore politico; personalmente comicerei con l'abolizione delle regioni a statuto speciale che sono il retaggio di un'epoca ormai tramontata e ridurrei drasticamente le aree di competenza a cominciare dalla sanità.

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